Nonna Margherita, la mia nonna materna, quando ero piccola aveva un rimedio infallibile per ogni piccolo bubù: acqua e zucchero. Poco importava che si trattasse di una sbucciatura, di un piccolo dolore, di un dispiacere o magari semplicemente di una giornata storta. Nonna Margherita, con quella serietà e autorevolezza che solo le nonne sanno avere, pronunciava la sua sentenza: «Vedrai che con un po’ di acqua e zucchero ti passa tutto!» Ed io ci credevo. Ai miei occhi, quell’acqua appena zuccherata aveva qualcosa di miracoloso. Bastavano pochi sorsi e, quasi per magia, il dolore sembrava più piccolo, il pianto si fermava e il mondo tornava al suo posto. A tanti anni di distanza, mi è capitato di incontrare un’altra nonna materna, nonna Solange, dall’altra parte del mondo. E, per una strana e provvidenziale coincidenza, anche lei ha applicato lo stesso rimedio: acqua e zucchero. Ma questa volta non si trattava di un piccolo bu-bu: era in gioco la vita.
È successo a Kisanji, nella Repubblica Democratica del Congo. È la sera di giovedì 16 luglio 2026, festa della Madonna del Carmelo. È quasi l’ora del Vespro e ci stiamo preparando per andare in cappella, quando arrivano alla missione due anziani. Sono stanchi, sporchi, affamati. Hanno percorso una cinquantina di chilometri. Portano con sé un grande paniere. Dentro, in mezzo ad alcuni stracci e a una coperta lacera, ci sono due neonati. Sono due gemelli, un maschio e una femmina, nati appena qualche giorno prima, il lunedì. Ma la loro storia è già segnata da un dolore che sembra impossibile per due creature così piccole. Sono già orfani di padre, morto quando ancora erano nel grembo della mamma. E, poche ore dopo la loro nascita, hanno perso anche la mamma. Sono rimasti soltanto loro, due piccoli esseri appena affacciati alla vita, e i loro nonni. I nonni li hanno portati alla missione perché sapevano che, nel raggio di molti chilometri, quello era l’unico luogo dove avrebbero potuto trovare qualcuno disposto ad aiutarli. I bambini piangono, urlano, si disperano, hanno fame.
Per qualche giorno i nonni hanno fatto ciò che potevano. Acqua e zucchero. Quel poco che avevano a disposizione e che, in qualche modo, ha permesso ai due piccoli di arrivare vivi fino alla missione, ma ormai non basta più. Serve una balia che possa allattarli oppure, con urgenza, del latte in polvere adatto a neonati di pochi giorni. E qui, alla missione di Kisanji, scopriamo che l’urgenza è un concetto relativo.
Con calma si manda a chiamare l’infermiere della maternità. Con calma l’infermiere arriva e decide che è meglio pesare i due bambini: circa due chili ciascuno per ben calcolare la quantità di latte necessaria. Con calma si cerca di capire il perché e il per come interrogando i nonni. Con calma telefona ai dispensari della zona, chiedendo se qualcuno dispone di latte in polvere per neonati.
Nel frattempo, alle sorelle viene affidato il compito più importante: prendersi cura dei due piccoli. E forse è proprio questa la lezione che Kisanji ci insegna ogni giorno: quando tutto sembra urgente, bisogna imparare a non farsi prendere dal panico. Si fa quello che si può, un passo alla volta. Con calma, ma senza smettere di cercare. E proprio quando sembra che non ci sia una soluzione, ci ricordiamo dei regali ricevuti da alcuni amici per il viaggio. Tra le cose che abbiamo portato con noi, ci sono alcune confezioni di latte in polvere per neonati dalla nascita ai sei mesi. È una piccola cosa, ma, in quel momento, invece, è un miracolo. Una benedizione del Signore e della Madre sua, proprio nel giorno della Madonna del Carmelo.
Leggiamo attentamente le istruzioni e cerchiamo di seguirle alla lettera. Facciamo bollire l’acqua, prepariamo il latte nella giusta proporzione, mescoliamo, agitiamo, lasciamo raffreddare. Compaiono anche alcuni biberon, che vengono debitamente sterilizzati e finalmente possiamo provare a nutrire i due piccoli. Le sorelle, forti anche dell’esperienza maturata nell’orfanotrofio, prendono in braccio i neonati. Li cullano, li accarezzano, cercano la posizione giusta. I bambini continuano a piangere. Poi, poco alla volta, si placano. Bastano poche gocce di latte, il pianto diminuisce, il respiro si fa più tranquillo. E finalmente si addormentano. A quel punto, quasi naturalmente, nasce una domanda: come li chiamiamo? Sono un maschio e una femmina. Le sorelle non hanno dubbi. La scelta è una sola: Michele e Chiara. Due nomi che forse suonano strani alle orecchie dei nonni, così lontani dalla loro tradizione e dalla loro lingua, ma i nonni annuiscono. E, per la prima volta da quando sono arrivati, sorridono. Forse perché dare un nome a un bambino significa riconoscere che quel bambino ha un posto nel mondo. Michele e Chiara, due bambini arrivati alla missione dentro un paniere, avvolti in stracci, affamati e senza più una mamma e un papà, quella sera hanno ricevuto qualcosa di più del latte: hanno ricevuto un nome, due braccia che li hanno accolti, qualcuno che si è preso cura di loro e, soprattutto, la speranza. Io penso a nonna Margherita. Penso alla sua acqua e zucchero, alla fiducia con cui me la porgeva quando ero piccola e avevo un dolore da qualche parte. E penso a nonna Solange, che molti anni dopo, in un luogo lontanissimo, ha fatto la stessa cosa per i suoi nipotini. Che cosa accomuna queste due nonne, così lontane nel tempo e nello spazio? La cura per la vita: non si arrendono davanti alla fragilità di chi è stato affidato loro. Quella sera, a Kisanji, l’acqua e lo zucchero non erano più sufficienti. Ma il Signore aveva già preparato, da qualche parte, un po’ di latte, due biberon, due paia di braccia e due nomi: Michele e Chiara. E per quella sera, bastava.
